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“La parola è solo uno degli strumenti della comunicazione, ma altri elementi ugualmente importanti sostituiscono o prevalgono il suono, compensando il silenzio.”

Avete mai provato a chiedere ad un vostro conoscente o amico “ Sai cos’è la lingua dei segni?”

Io l’ho fatto e ad essere sincera, nonostante la domanda appaia abbastanza banale, la riposta non lo è affatto. Dopo aver visto in netta difficoltà il mio amico nel definire ciò che gli avessi chiesto, ho deciso di mettere per un attimo da parte la mia domanda e chiedergli qualcosa di più semplice: “Sai che differenza c’è tra segno e gesto?”

Dopo avermi fatto spallucce, ho cominciato a capire quanto possa essere difficile dare delle definizioni capaci di spiegare un concetto in maniera semplice.

Ogni parola possiede un suo specifico significato e attorno ad essa possono esservi delle sfumature, i cosiddetti sinonimi, ma nel gergo comune, molto spesso tendiamo a confondere alcuni termini assonanti, rischiando così di confondere i significati.

Ho perciò spiegato al mio amico che i gesti fanno parte del linguaggio del corpo, uno tra gli aspetti più studiati e conosciuti della comunicazione non verbale. Essi non sono scomponibili in unità dal significato autonomo: riuscireste per caso a scomporre ogni singolo “gesticolio” di una televenditrice in tv? E magari anche di dare a ciascun gesto un significato? Direi di no! I gesti però, possono essere compresi anche a livello inconscio. Vengono utilizzati per un certo numero di concetti, ma non rispettano né regole fonologiche né tanto meno grammaticali e spesso vengono usati dagli udenti per dare enfasi al discorso; ma in se’ non hanno alcun significato o comunque hanno un significato prettamente non verbale che non può essere estrapolato dal contesto in cui vengono emessi. Il gesto spontaneo va dunque distinto da “quelli” codificati usati nelle lingue dei segni e che prendono appunto il nome di Segni. In semeiotica, la scienza che studia i segni, sono definiti come “qualcosa che sta per qualcos’altro”. Sono simili alle parole, tanto da poterle sostituire nella Lingua dei Segni, più di quanto facciano i gesti. I segni hanno una realtà linguistica che i gesti non possiedono: hanno significato proprio e proprio come le lingue verbali, sono formati rispettando regole sintattiche ben precise. Tali regole permettono la creazione di un segno e quindi di nuove parole e ne arricchiscono il lessico per la composizione di nuove frasi. Al mio amico sembrava tanto semplice, ma rimase affascinato da quanto articolato fosse il mondo dei segni.

Quindi già da questa prima distinzione appare chiaro il perché ci si stupisca tanto, o meglio, ci si indigni, quando in riferimento al metodo comunicativo dei sordi si usi dire a qualche esperto in materia ”Linguaggio dei Gesti”, facendogli storcere immediatamente il naso.

Chiarita questa prima distinzione tra gesti e segni, ho chiesto ancora al mio amico, che ormai ci stava prendendo gusto: “E tra lingua e linguaggio sai che differenza c’è?”

Sono due termini che tutti conosciamo, ma che spesso confondiamo, utilizzando talvolta l’uno come sinonimo dell’altro e viceversa.

La lingua è un codice complesso dotato di un sistema di comunicazione parlato o segnato composto da vari sottosistemi e proprio di una comunità umana. L’italiano, l’inglese, o la LIS ad esempio. Non solo è la forma concreta della facoltà di linguaggio, ma è anche il mezzo più semplice e appropriato che l’individuo ha a disposizione per essere partecipe nella sua comunità, ricevendo in cambio il bagaglio culturale che può essere modificato secondo le proprie esigenze, in un interscambio profondo fra sé e il gruppo di appartenenza. Il linguaggio è invece la capacità di esprimersi e comunicare: nel caso dell’uomo questa capacità è innata ed il mezzo utilizzato è la lingua. Grazie al linguaggio ci scambiamo informazioni semplici, utilizzando simboli aventi valore condiviso da tutti gli individui appartenenti ad uno stesso ambiente socioculturale. Il linguaggio non ha una struttura complessa né una grammatica, come invece accade per la lingua, e in generale si riferisce a qualsiasi codice di comunicazione che includa un passaggio di informazioni dal mittente al ricevente, come per esempio il linguaggio animale, quello del corpo, dei computer, o dei fiori…

L’uomo possiede non soltanto un complesso linguaggio verbale, che si serve del canale fono-articolatorio nella modalità acustico-vocale, ma anche diversi linguaggi non verbali che si possono esprimere con movimenti del corpo, che utilizzano il canale visivo nella modalità visivo-gestuale. Vi sono inoltre degli atteggiamenti para-linguistici come l’intonazione, il pianto, il riso o lo sbadiglio, che da soli o insieme al linguaggio orale, servono ad esprimere le proprie emozioni.

Un importante linguaggio non legato alla capacità di sentire o di parlare è la Lingua dei segni. Ma com’è fatta esattamente una Lingua dei Segni?

Così come le parole di una lingua vocale sono formate sulla base della combinazione di un certo numero di suoni (fonemi) che ne costituiscono il vocabolario, allo stesso modo tutti i segni di una lingua gestuale sono il risultato della combinazione di quattro parametri manuali essenziali, cioè movimento, orientamento, configurazione e luogo, che ne costituiscono il lessico, e di componenti non manuali: espressione facciale, postura e componenti orali.

Per capire bene la differenza tra una lingua parlata e una Lingua dei Segni, bisogna immaginare la prima come un “nastro” formato da parole che si susseguono l’una all’altra e che si “introducono” nell’orecchio a stimolare il senso dell’udito; la seconda invece, si costituisce come tante immagini che si sovrappongono l’una all’altra, permettendo di ricevere i contenuti attraverso il senso della vista, integro a differenza dell’udito.

La Lingua dei Segni è una vera e propria lingua nata spontaneamente e capace di coinvolgere le stesse aree cerebrali di una lingua naturale, che grazie al suo particolare canale di trasmissione si presenta come multimodale, tipicamente simultanea e iconica, dotata di una sua grammatica, morfologia e fonetica con regole precise che possono variare da una lingua dei segni all’altra: infatti la Lingua dei Segni non è un codice comunicativo universale, bensì esistono tante lingue dei segni quante sono le Comunità Sorde sul pianeta, perciò diverse sono anche le sue varietà dialettali su base geografica. Proprio come le lingue vocali, le Lingue dei Segni sono nate spontaneamente quando i sordi hanno avuto la necessità di comunicare tra loro, di trasmettersi informazioni, esperienze, sentimenti. Ciascuna Lingua dei Segni ha poi sviluppato caratteristiche legate alla particolare cultura in cui viene usata.

In quanto lingua, il vocabolario delle Lingue dei Segni può potenzialmente esprimere qualsiasi concetto, sia concreto che astratto. Il fatto che usi delle immagini visive realizzate dalle mani anziché i suoni della voce, non significa assolutamente che i concetti esprimibili possano riferirsi solo ad una realtà limitata, piuttosto essendo tridimensionali e coinvolgendo non solo le mani, ma anche l’espressione del viso, lo sguardo, i movimenti delle labbra, la posizione della testa e del busto, con un solo movimento sono in grado di esprimere un concetto che nella lingua parlata richiederebbe molte parole. Inoltre la lingua dei segni è in continua evoluzione e grazie all’utilizzo di un sempre maggior numero di utenti nei più svariati contesti culturali, si arricchisce ogni giorno di più portando così alla creazione di nuovi segni, favorendo i Segni in movimento.

Nonostante una Lingua dei segni esista da secoli, anche se la sua documentazione è chiaramente difficoltosa in quanto manchevole di una forma scritta, la ricerca sistematica sulla lingua dei segni iniziò negli USA ad opera di William Stokoe solo verso la fine degli anni cinquanta, dando così il via a numerose ricerche sulla lingua visiva in ogni Paese del mondo. In Italia gli studi scientifici e linguistici sulla lingua dei segni italiana, in acronimo LIS, iniziarono verso gli anni ottanta per opera dei ricercatori dell’Istituto di Psicologia del CNR di Roma. In stretta collaborazione con i sordi si verificò che tutti i risultati raggiunti per le altre Lingue dei Segni erano riscontrabili anche nella LIS, stabilendo così che la LIS usata dalla Comunità Sorda Italiana è una lingua al pari delle lingue vocali e delle lingue dei segni e che come una lingua è espressione della cultura e delle tradizioni di una vera e propria minoranza linguistica, inserita in una maggioranza udente, ma ben distinta da essa.

La Lingua dei segni è perciò un patrimonio linguistico da difendere e preservare proprio come si fa con le altre lingue vocali: perciò, poiché l’italiano è universalmente definito e riconosciuto come lingua, e così vale anche per l’inglese o il francese, che non vengono confuse tra loro, né a loro vengono associati significati differenti da quelli che realmente hanno, e avendo dimostrato che le Lingue dei Segni possiedono pari requisiti e dunque diritti, non è forse vero che lo stesso criterio di legittimità sia da applicare anche alle lingue dei segni esistenti?

Detto questo, credete che la Lingua dei Segni Italiana otterrà presto quello stesso riconoscimento legislativo, da parte del Parlamento italiano, che la maggior parte delle lingue dei segni nazionali sta già ottenendo in Europa?

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