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Intervista a Consolata Plantone: Consulente e Formatrice, sorda

da | Mag 19, 2020 | Storie | 6 commenti

Benvenuta Consolata, raccontaci chi sei e di cosa ti occupi.

Chi sono e cosa faccio? Bella domanda!
Nella mia vita ho fatto davvero tante cose diverse, per cui non ho di che lamentarmi.
Può sembrare un paradosso, eppure nonostante la mia disabilità lavoro da 30 anni in ambito Comunicazione e Marketing. Ho fatto molteplici esperienze, sia come dipendente sia come libera professionista, che mi hanno portato a ricoprire ruoli diversi, ad apprendere competenze diverse, a viaggiare, a parlare in pubblico, etc…. Ad oggi sono una Designer, nella più ampia accezione del termine; un po’ per reinventarmi professionalmente e un po’ per realizzare un sogno nel cassetto, da alcuni anni mi sto dedicando allo studio e alla ricerca dello Sviluppo Sostenibile del territorio, Innovazione e Cultura d’impresa; sto elaborando un progetto per portare la sostenibilità e l’accessibilità (tema a me particolarmente caro) a partire dal turismo incoming.

Conosciamo meglio Consolata Plantone

Quando ti è stata diagnosticata la sordità?

Sebbene non siano del tutto chiari i motivi per cui sia sorda (forse il parto complicato in cui ho rischiato la vita) la prima volta che mi è stata diagnosticata la sordità ero piccolina avevo solo 3 anni. Mi hanno raccontato i miei genitori che – come spesso si fa con i bambini – mi accostarono all’orecchio una grossa sveglia per sentire il ticchettio dell’orologio e furono sorpresi quando dall’orecchio sinistro dissi che non sentivo.
Lì per lì non diedero molta importanza, fino a quando a 7 anni mi portarono finalmente da uno specialista che con un esame audiometrico confermò la diagnosi. Purtroppo erano altri tempi, per cui non approfondirono il problema cercando, ad esempio, di protesizzarmi; la “sfiga” vuole che – guarda il caso – nella famiglia di mio padre fossero tutti sordi, ad iniziare da mio nonno, per cui la mia sordità fu considerata non solo una cosa “normale” ma anche un carattere famigliare a cui rassegnarsi inesorabilmente perché incurabile. Peccato che per me le cose fossero completamente diverse; ma, come si suol dire, del senno del poi sono piene le tasche.

Oralista o segnante?

Sono oralista, proprio perché avevo l’orecchio destro sano che mi ha consentito di sentire bene e, quindi, di apprendere il parlato.

Consolata Plantone

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L’infanzia

Com’è stata la tua infanzia?

Complicata. Come detto, erano altri tempi (ora ne ho 55 anni) per cui non si parlava facilmente di queste cose, era tabù. 

Inoltre, come già detto, i miei appresero la notizia passivamente, dandola per scontata; di conseguenza non ne hanno mai parlato con nessuno. Questo fu disastroso per due motivi: innanzi tutto, non essendo protesizzata subito, ho perso completamente l’uso dell’orecchio sinistro che, invece, ho saputo successivamente sarebbe stato recuperabile. Inoltre a scuola sono sempre passata per quella con la testa in aria, quella distratta, forse anche un po’ ritardata perché non capivo subito cosa mi si dicesse, non rispondevo se mi si chiamava, cose così. Soprattutto i primi anni scolastici sono stati i più traumatici: avete presente i dettati? Erano un’angoscia, sempre pieni di errori, comprensibilmente… ma la colpa era la mia, che non stavo attenta! Sigh! Senza contare, poi, le difficoltà di relazione che mi hanno portato spesso alla solitudine, avevo difficoltà a studiare e giocare in gruppo; camminavo (e cammino) male per via dell’equilibrio, ma la colpa era sempre mia. Insomma, per tutti io ero quella tutta “strana!”.

Gli studi

Per i suddetti motivi, dopo le medie mi avevano addirittura consigliato di abbandonare gli studi, perché non ne sarei stata all’altezza. Da qui partì una sorta di sfida che mi ha accompagnato un po’ per tutta la vita.

Così a dispetto di tutto e di tutti, a sorpresa, scelsi quella che allora era la scuola più difficile, il liceo Classico; nonostante i problemi, riuscii a cavarmela. Successivamente, poiché per me tutto ciò che era la vista mi attraeva (il colore, l’arte, l’architettura, la fotografia) a 19 anni appena compiuti mi trasferii da sola a Milano per frequentare la Scuola Politecnica di Design dove ho studiato prima Industrial Design e poi Visual design.

Era comprensibile la scelta, oltre ad avere in famiglia un ingegnere e  un pittore, la vista per me significava molto, perché compensava la parte uditiva; ma questo lo scoprii dopo.

Ad ogni modo fu proprio questo percorso ad essere stato particolarmente significativo per la mia vita, per due motivi: innanzi tutto erano gli studi che avevo sempre sognato, vista la mia creatività. Ma soprattutto oltre ad aver avuto a che fare con Maestri di fama mondiale (Bruno Munari, Heinz Waibl, Attilio Marcolli, Max Huber) primo tra tutti fu determinante la formazione con Nino Di Salvatore, noto designer, docente e fondatore della scuola nonché sordo dalla nascita. Di Salvatore è stato pertanto un vero maestro di vita che ha segnato fortemente sia la mia strada professionale sia quella personale, dimostrandomi che la sordità, l’handicap, non sono assolutamente un limite al lavoro, alla carriera, ai sogni. Tutto dipende da noi stessi. Ho iniziato quindi ad approfondire lo studio della mia sordità, ho preso coscienza e ho aumentato la mia autostima, ho iniziato ad aprirmi al mondo. Sono stati i tre anni più belli e tra i più significativi della mia vita e a lui sarò sempre riconoscente, perché è stato davvero un esempio straordinario.

Successivamente ho conseguito un master in comunicazione multimediale, una specializzazione per la conservazione e promozione turistica dei beni culturali ed ambientali, una specializzazione in Europrogettazione e ancora sto frequentando dei corsi qua e là. Da allora non mi sono più fermata nello studio. E questo è un invito anche per tutti i giovani, ma soprattutto per i meno giovani, a continuare a studiare, a formarsi, ad aggiornarsi sempre, sempre un passo avanti; possiamo, lo dobbiamo a noi.

Quando hai iniziato a fare il tuo attuale lavoro?

Inizialmente mi sono occupata di comunicazione visiva, proprio perché la vista è il mio punto forte, va a sopperire le mancanze uditive; come si suol dire “fare di difetto virtù”.
Successivamente, era il 2012, si era ancora reduci della forte crisi economica del 2008; mi accorgevo, tuttavia, che non era solo una crisi economica ma, e soprattutto, un problema culturale. Internet e i social erano entrati prepotentemente nella nostra vita, nel lavoro, e tutto stava cambiando. Iniziai a seguire due associazioni che si occupavano una di Reti di Impresa e l’altra Sviluppo Sostenibile del Territorio. Questa collaborazione mi ha portato a viaggiare molto e, quindi, a toccare con mano tutte quelle difficoltà che una persona sorda si trova di fronte per la mancanza di cultura accessibile. Capii che avrei dovuto fare qualcosa, ma – come è mia natura – prima di fare qualcosa dovevo studiare molto bene il mercato di riferimento.
Ad oggi sto lavorando ad un progetto che mira a costruire “Lovable Destinations” ossia luoghi dove la sostenibilità e l’accessibilità ne fanno destinazioni virtuose. Sto inoltre preparando dei corsi specifici sulla cultura e responsabilità d’impresa, sull’inclusione, sul turismo accessibile e sostenibile, sulla comunicazione visiva che, del resto, è il mio cavallo di battaglia.

Sordità: discriminazioni nell’ambiente di lavoro

Ti sei mai sentita discriminata nell’ambiente lavorativo?

Mi piacerebbe rispondere di no! Ma purtroppo la realtà è diversa, la vita a volte è dura e ci fa incontrare persone poco sensibili. Pertanto ho avuto degli episodi che hanno segnato particolarmente la mia vita; però – a distanza di tempo – se devo essere sincera, sebbene eventi traumatici, non sarei ora quella che sono se non fossero accaduti.

Parlo di circa 25 anni fa, lavoravo a Torino come responsabile pubblicità e immagine in una grande multinazionale. L’azienda cresceva velocemente e, con essa, anche le necessità organizzative; si rese pertanto necessario ampliare l’organigramma, interponendo tra me e la direzione una manager, una donna che in breve tempo riuscì a cambiare il clima in ufficio; ogni giorno diventava sempre più pesante e stressante, sia per la mole di lavoro sia a causa del suo carattere; c’era quasi un clima di paura, paura di sbagliare, di essere derisi, criticati. Avete presente “Il diavolo veste Prada”? beh, ho reso l’idea!!!

Inoltre, il lavoro dipendente iniziava a starmi piuttosto stretto ma non potevo licenziarmi e cambiare era impossibile: i colloqui erano sempre un esame, trovavo ancora difficoltà ad ammettere la mia sordità, risultando “lenta a capire” o inadeguata per la posizione. Purtroppo a quei tempi le agenzie pubblicitarie erano molto snob e discriminanti e la sordità era un vero e proprio ostacolo, non andava a braccetto con la pubblicità e la comunicazione.

In tutto quell’ambaradan il mio corpo, purtroppo, reagiva male allo stress in modo subdolo: il mattino, quando mi svegliavo, mi rendevo conto che la sera prima ci sentivo meglio. Stai a vedere che… stavo perdendo anche l’orecchio destro, quell’orecchio che mi consentiva una vita quasi normale. Perdevo l’udito ad una velocità paurosa e i medici non sapevano cosa fare, se non consigliarmi di rallentare i miei ritmi e di prendermi cura di me stessa. Il caso volle, infatti che oltre alla sordità congenita all’orecchio sinistro, mi venne la Malattia di Meniere che mi colpì bilateralmente; la conseguenza fu che l’orecchio sinistro divenne sordo completamente e persi quasi completamente anche l’uso dell’orecchio destro; ero letteralmente disperata e la famiglia in questo non mi aiutava, mi portava altro stress. 

Avevo le mani legate e non potendo cambiare, nel giro di un anno divenni completamente sorda.

Sebbene decisi di mettere la protesi acustica (solo per il destro), questo non risolse gli attriti in ufficio dove venivo continuamente umiliata ed etichettata; così all’ennesima richiesta di avere un aiuto, mi sentii rispondere di fronte a tutti i colleghi “ma tu cosa pretendi che sei solo una povera handicappata!”.

Quella frase ebbe, per me, delle conseguenze catastrofiche, a dir poco devastanti! E, come se non bastasse, venni letteralmente “esiliata” e relegata in un ufficio dimenticato da tutti; come compito dovevo strappare carta per otto ore di fila, ero in uno stato di mobbing. E non ci fu sindacato o avvocato che fosse in grado di aiutarmi. Inizialmente non seppi reagire e caddi in una profonda depressione. Non mi era rimasto più niente, avevo perso tutto: l’udito, il lavoro, gli amici, la serenità, l’autostima.

Quando stavo per toccare il fondo, compresi che non potevo continuare in quella situazione! Così mi feci coraggio e andai al centro di salute mentale per chiedere aiuto; mi ci vollero tre anni di psicoterapia, ma piano piano ne uscii fuori. A distanza di tempo, ora posso dire che quell’episodio tragico fu la mia salvezza.

Per farla breve, da allora la mia vita cambiò completamente: riuscii a cambiare lavoro (nell’ambito della stessa Azienda) occupandomi prima di amministrazione e gestione fornitori; poi di Risorse Umane, facendo ricerca e addirittura selezione del personale; poi passai alla formazione e sviluppo. Tutte quelle esperienze, tutte le persone che allora si presero cura di me, mi aiutarono a riconquistare fiducia ed autostima, ad essere ancora più forte e determinata di prima.

 

Un consiglio per i più giovani

C’è qualcosa che vorresti dire ai ragazzi sordi che vorrebbero intraprendere una carriera nel tuo campo?

Mai arrendersi! Gli ostacoli, alla fine, sono solo dentro di noi; non possiamo rimuovere le barriere esterne se non abbattiamo prima di tutto quelle interne. La prima regola che ho imparato è l’avere sempre una comunicazione trasparente e dire subito che siamo sordi; la sordità è anche conosciuta come l’handicap invisibile, per cui non essendoci ancora cultura sufficiente in tal senso, se non siamo noi i primi a dirlo, agli altri non viene in mente la sordità. Si pensa sempre che questa colpisca le persone anziane, non i giovani o i bambini. E questo è grave.

La comunicazione, il turismo, il lavoro ha bisogno di noi, c’è tanto spazio per tutti! Infatti non c’è ancora quella sensibilità o quella conoscenza di come risolvere la comunicazione per le persone sorde. Spetta a noi portare l’accessibilità alle informazioni. Video che non sono sottotitolati, guide turistiche che non sanno comunicare, meeting ed eventi che non tengono in considerazione delle nostre necessità. Treni, aerei, strutture ricettive che partono dal presupposto che tutti sentano bene, senza contare i call center… un vero disastro!

Si sta facendo molto per la disabilità motoria e l’abbattimento delle barriere architettoniche, ma ancora troppo poco per quella sensoriale e, soprattutto, uditiva. Se inoltre teniamo conto che nel 2030 si calcola una percentuale di anziani superiore a quella dei giovani, fino ad arrivare nel 2050 con un rapporto 1:3, ci rendiamo subito conto di quanto sia importante rendere accessibile la comunicazione alle persone sorde o che soffrono di ipoacusia. Le opportunità ci sono, serve solo saperle intercettare e sfruttare.

Credeteci, sempre, è possibile!