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Dario Pasquarella: “Sono sordo e insegno teatro ai bambini”

da | Lug 10, 2020 | IntendiNews | 0 commenti

Dario Pasquarella ha perso l’udito a causa di una febbre violenta da piccolo e da allora la sua vita è cambiata completamente rivelandosi un percorso di ricerca. Ha conosciuto la depressione, affrontato tutte le sue difficoltà, specialmente quelle comunicative, ed è riuscito a laurearsi al Dams. Grazie ad un incontro fortunato inizia la svolta e riesce a coronare il suo sogno lavorativo!

Tutto ha inizio nel febbraio del 1976, in un piccolo paese nella provincia di Benevento, in una fattoria immersa tra il verde. Maria dà alla luce il piccolo Dario e, nel momento in cui lo prende in braccio, le campane della chiesa iniziano a suonare. Il bambino probabilmente in quel momento riesce a sentirle, ma non le sentirà più in futuro.

Dario diventa sordo a soli 4 mesi a causa di una febbre violenta. Oggi ha 43 anni ed è un insegnante, regista e attore.

La sua storia è fatta di difficoltà e coraggio: ha inizio dall’ingresso alla scuola pubblica fino al convitto delle suore, dalla laurea alla depressione.

Dario trascorre le prime notti al convitto, durante gli anni della scuola, senza chiudere occhio perché si sente abbandonato. Resta solo, dal lunedì al venerdì, dentro a degli stanzoni enormi, e torna a casa solo nel weekend.
Nell’istituto di suore di Barletta, dove Dario conseguirà la maturità, le insegnanti pretendono il massimo dagli studenti sordi: è una sfida continua ma è solo grazie a loro se Dario ottiene questi risultati che magari altri sordi, abituati a lavorare meno, faticano a raggiungere.

Dopo il diploma, Dario vive un periodo di depressione. La mamma, Maria, lo spinge verso una vita “normale”, per lui vorrebbe un posto sicuro da impiegato in comune, una famiglia. Ma lui non si identificava proprio in quel tipo di persona e questo lo porta a chiudersi completamente in sé stesso e nella sua cameretta. Dario arriva a pensare anche al suicidio, più di una volta.
Finché un giorno capisce che deve provare a superare le barriere comunicative, si arma di coraggio, smette di vergognarsi di sé stesso e decide di partire per Roma.

Il teatro è il modo e il mondo in cui Dario riesce ad esprimersi meglio, gli salva la vita e lo tirato fuori dalla depressione. È proprio grazie ad una tesi sul teatro nella cultura sorda che Dario ottiene una laurea al Dams di Roma Tre, con il massimo dei voti.

Dario lotta per tanti anni per realizzare il suo sogno: organizzare dei laboratori teatrali inclusivi, dedicati ai bambini sordi.

Il caso vuole che Ginetta Rosato, famosa regista sorda romana e fondatrice della Compagnia di Teatro Sordo “Laboratorio Zero” cercasse attori per un suo spettacolo.
Grazie a questa fortuita coincidenza, Dario riesce a collaborare con Ginetta e proprio lei gli propone di tenere un laboratorio di teatro per bambini all’interno della scuola di via Nomentana.

Oggi Dario si batte per i diritti dei sordi, fa laboratori dedicati ai bambini dell’asilo e ai ragazzi delle scuole medie, è animatore di atelier teatrali, divulgatore, attore, regista e pure drammaturgo.

La giornata tipo di Dario? Si sveglia presto e tiene un laboratorio di espressività corporea per bimbi al Nido Montessori di Roma.
Quando finisce di lavorare torna a casa e va con la sua cagnetta Betty a fare la spesa al mercato a Trastevere.
Nel pomeriggio torna al lavoro e fa anche il docente Lis in corsi di sensibilizzazione, corsi di approccio alla Lingua dei Segni e alla cultura sorda.

Tutto il mondo ha già riconosciuto la Lingua dei Segni in Europa, l’Italia è l’ultimo paese a non averlo ancora fatto.

Il riconoscimento della Lingua dei Segni, dice Dario, ci renderebbe protagonisti appieno della nostra vita.
Dario non considera la sordità una disabilità. Si sente abile in tutti i sensi: ragiona, mangia, cammina e vive come tutti. L’unica cosa che non può fare è sentire.

La sua compagnia teatrale “Arte&Mani-Deaf Italy Onlus”, organizza spettacoli in Lis e voce, affinché possano essere accessibili a tutti.

“La nostra è una battaglia e noi non ci arrendiamo.”

 

Fonte: Il fatto quotidiano

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