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Giornata della Memoria: l’Olocausto tra luci e ombre

da | Gen 27, 2021 | Sociale | 0 commenti

Una delle pagine di storia contemporanea più tristi e raccapriccianti è certamente quella rappresentata dall’Olocausto, che tra il 1933 e il 1945 fece circa 15-17 milioni di vittime. Oggi come ogni 27 Gennaio, così come designato dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, è la Giornata della Memoria, quello specifico giorno dell’anno in cui vengono commemorate in tutto il mondo le vittime del genocidio di cui furono responsabili le autorità della Germania nazista e i loro alleati.

Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché proprio in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Ma cosa si intende col termine “Olocausto”?

Con il termine Olocausto, termine di origine greca che significa “sacrificio tramite il fuoco” – (identificato più correttamente con il termine ebraico Shoah, in quanto genocidio degli ebrei, lett. “catastrofe, distruzione”, che ha trovato ragioni storico-politiche nel diffuso antisemitismo secolare) – si intende la persecuzione e lo stermino sistematico di circa sei milioni di Ebrei d’Europa e, per estensione, lo sterminio di tutte le categorie di persone dai nazisti ritenute “indesiderabili” o “inferiori” per motivi politici o razziali, attuati con burocratica organizzazione dal regime Nazista e dai suoi collaboratori a partire dalla seconda metà del XX secolo.

Infatti le vittime dell’Olocausto non furono soltanto gli ebrei, ma anche le popolazioni slave (Polacchi, Russi e altri) delle regioni occupate nell’Europa orientale e nei Balcani, e quindi prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici (perseguitati per le loro idee politiche, per il loro credo ideologico e in particolare coloro che credevano negli ideali del Comunismo e del Socialismo), massoni, minoranze etniche ritenute di “razza inferiore” come i Rom (gli Zingari), sinti e jenisch, gruppi religiosi come Testimoni di Geova e pentecostali, gli omosessuali (perseguitati a causa di determinate caratteristiche comportamentali) e persone con disabilità mentali, fisiche e sensoriali.

L’Olocausto dimenticato dei disabili

“Vite indegne della vita, vite non degne di essere vissute”, la follia nazista partì proprio da qui.

Prima di tutte le altre vittime, prima degli ebrei, degli oppositori politici e prima ancora delle minoranze etniche, fu il turno dei disabili, coloro i quali sono considerati un “peso per la società” sul cui “costo sociale” in un momento di grande crisi economico-finanziaria fece leva la propaganda di regime con un’ampia diffusione di manifesti, informazioni martellanti e addirittura film, documentari e testi scolastici di ogni ordine di istruzione (che, ad esempio, riportavano riferimenti alle teorie biologiche naziste, corredate da esempi utilitaristici) erano atti a promuovere la necessità di eliminare i soggetti deboli!

Corpi e menti disabili che non rientravano nella logica nazista di costruzione di uno stato superiore “razzialmente puro”. Esseri rappresentati come “gusci privi di esistenza” e pertanto “vite senza valore”: per appartenere alla “razza superiore”, i tedeschi ariani dovevano avere determinate caratteristiche tra cui la bellezza e la purezza come affermato dallo stesso Hitler nel suo libro-delirio “Mein Kampf”: “Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino. Qui, lo Stato nazionale deve fornire un enorme lavoro educativo, che un giorno apparirà quale un’opera grandiosa, più grandiosa delle più vittoriose guerre della nostra epoca borghese”.

Hitler nutriva una forte repulsione per i disabili e voleva risolvere il problema alla radice, impedendone la riproduzione, tant’è che nel luglio del 1933, pochi mesi dopo la sua nomina a Cancelliere del Terzo Reich, fu emanata la legge che prevedeva la sterilizzazione di persone affette da svariati disturbi fisici e mentali. Essa venne applicata a una grande varietà di condizioni: cecità, sordità, difetti congeniti e stati di invalidità, come piede deformato da talismo, labbro leporino e palatoschisi.

Il primo passo fu uccidere i bambini disabili (esistevano addirittura ospedali e istituti con “reparti di eutanasia infantile” e le autorità non facevano altro che ingannare i genitori, dicendo loro che in quei reparti i figli avrebbero potuto ricevere le cure necessarie) prima di arrivare all’ eliminazione dei disabili adulti. Un gruppo di medici e dirigenti sviluppò il sistema di eutanasia e le prime uccisioni ebbero luogo intorno all’ottobre del 1939. Poi si passò agli adulti disabili. I criteri sembravo più improntati ad una logica economica visto che secondo i calcoli di uno statistico del Reich, l’eutanasia dei disabili adulti, se calcolata su base decennale, avrebbe fatto risparmiare all’erario tedesco qualcosa oltre 8oo milioni di marchi.

Ciò che più di tutto sconvolge è che questi orrori, chiamati “autorizzazioni a sottoporre a trattamento” e giustificati da leggi e teorie razziali ed eugenetiche, furono perpetrati non dalle terribili SS o dalla Gestapo, ma da centinaia e centinaia di medici e infermieri a cui fu affidato il compito di denunciare la presenza o la nascita di queste “zavorre sociali” e poi di infliggere loro la morte e pene immani, con giuristi e avvocati a giustificarle, inservienti e operai a dare la loro opera, supportati dalla creazione di apparecchiature tecnologiche innovative e strumenti di ricerca con cui furono eseguiti esperimenti medico-scientifici (o presunti tali) su bambini e adulti prima e dopo l’uccisione.

Le persone con disabilità fisiche e intellettive, ma anche con malattie genetiche, sono state pertanto le prime sulle quali è stato sperimentato l’orrore di morire in massa, rinchiusi in una stanza con quel gas (soluzione nata per loro ma che poi venne adottata nei lager) che entrava nel loro corpo, e ancor prima venivano eliminate con iniezioni letali.

L’eliminazione sistematica di più di settantamila handicappati da parte del Terzo Reich fu la fase iniziale della Shoah, una sorta di macabra prova generale di quello che sarebbe poi accaduto ad ebrei e zingari.

Furono decine di migliaia le vittime fra il ’39 e il ’41. Se ne contano oltre 70 mila, fra i quali 5 mila bambini. Ai quali se ne devono aggiungere almeno altri 250 mila dopo quella data, ma le cifre possono essere solo per difetto. Di questi, furono almeno 200.000 i pazienti fisicamente o mentalmente inabili – la maggior parte dei quali di nazionalità tedesca – che trovarono la morte all’interno di ospedali e strutture pubbliche, a seguito del cosiddetto “Programma Eutanasia”. Il metodo di uccisione preferito era tramite l’uso di farmaci in compresse (che per i bambini venivano disciolte in un liquido come il tè in modo tale che il ingerissero il farmaco assieme ad alimenti abituali) o forma liquida, somministrati in dosi massicce per far insorgere complicazioni mediche come la polmonite, che alla fine provocava il decesso. L’avvelenamento veniva così camuffato da morte naturale (ai familiari delle vittime si comunicava la notizia del decesso con l’invio di un’urna funeraria contenente della cenere e un certificato che dichiarava che la morte era avvenuta per cause naturali e che il corpo era stato cremato per impedire il propagarsi di epidemie). Un altro metodo di uccisione applicato ai bambini che si diffuse quando la guerra volgeva ormai al termine, è stata la morte per inedia, cioè per fame, che consisteva nel diminuire gradualmente le razioni di cibo fin al di sotto della soglia minima di sopravvivenza.

carmelo. rodolfo mazzamuto

L’olocausto dei sordi

Anche le persone sorde erano viste come “esseri inferiori”, delle zavorre improduttive e costose per lo stato di cui ci si doveva necessariamente liberare. La loro disabilità sensoriale veniva spesso associata alla diagnosi di “idiozia o mongolismo”, invalidità considerata inabilitante e incurabile che avrebbe per sempre impedito all’infante di essere autonomo nel mondo adulto. La categoria “idiozia e mongolismo” era sufficientemente vaga da consentire l’inclusione di bambini ritardati sulla base della loro intelligenza e del loro comportamento. In effetti su questi bambini si formulavano giudizi in base a una valutazione semplicistica e fallibile della loro intelligenza e della loro istruzione. Spesso i valori sociali, tra cui quelli che riguardavano specificamente il comportamento infantile, influenzavano la decisione di uccidere, così come avevano influenzato la decisione di sterilizzare.

I sordi vennero inclusi nel piano di epurazione della perfetta razza ariana istituito nel 1939 e conosciuto come Aktion T4, nome convenzionale con cui si designa il Programma nazista di eutanasia che, sotto responsabilità medica, prevedeva in Germania la soppressione di persone affette da malattie genetiche inguaribili e con disabilità, nell’ambito dell’eugenetica e dell’«igiene razziale», argomenti assai diffusi nella Germania nazista. Il programma mirava inoltre a diminuire le spese statali derivanti dalle cure e dal mantenimento nelle strutture ospedaliere dei pazienti affetti da disabilità, in un momento in cui le priorità economiche erano rivolte al riarmo dell’esercito tedesco.  

Si stima che le vittime sorde siano state in totale circa 13.000. Ai sordi adulti venne imposta la sterilizzazione fin dal 1934; dal 1937 in poi il 95 per cento dei bambini sordi fu schedato per essere ucciso nei famosi centri della morte (si dice che sembrassero delle grandi fabbriche dai cui camini si innalzava la cenere di coloro che vi avevano trovato la morte), mentre i giovani sordi venivano identificati da una “G” che indossavano sulla spalla ad indicare la parola Gehörlos, cioè sordo, privo dell’udito.

Secondo Jochen Muhs, Vice Presidente della Federazione sordi di Berlino, le persone sorde in Germania dopo la seconda guerra mondiale si vergognavano enormemente di quel periodo buio sia a causa della sterilizzazione che era stata loro imposta, sia per il fatto che molti sordi avessero aderito al partito nazista.

Ma serve davvero una Giornata della Memoria?

Eccome se serve! Come diceva Edmund Burke “Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”, pertanto è nostro preciso dovere conoscere i fatti e gli antefatti per capire il mondo di oggi. Da sempre questo è il compito della storia, quello di farci guardare indietro per permetterci di vedere in avanti, perché “la storia è fatta da nuove persone che fanno vecchi errori” per citare Sigmund Freud.

Lo scopo è quello di non dimenticare mai questo momento drammatico del nostro passato neanche tanto lontano e imparare affinché “simili eventi non possano mai più accadere”.

Ormai sono sempre meno i sopravvissuti all’Olocausto che possono ancora dare la loro testimonianza su quanto realmente accaduto e la caccia e i processi ai criminali nazisti responsabili è ancora in atto. Questo passato così recente è quasi come se ci schiacciasse come un meteorite, le ferite sono ancora troppo fresche, le verità non sono ancora tutte venute a galla e viviamo in un mondo dagli equilibri talmente instabili dove rischiamo che il tutto si ripeta ancora una volta, anche se con altre forme apparenti.

“Il nostro unico dovere nei confronti della storia è di riscriverla”, diceva Oscar Wilde, perciò stampiamoci nella memoria questa terribile pagina dell’umanità, rendiamo onore a quei milioni di uomini, donne e bambini che la bestia umana ha provato a cancellare dalla faccia della terra in nome di un ideale basato su odio e violenza: facciamo che vivano per sempre nei nostri ricordi e nel vento.

A proposito di sordi e Olocausto

Vi segnaliamo la bellissima iniziativa che l’Istituto Statale Per Sordi di Roma ha organizzato per oggi 27 Gennaio 2021 alle ore 17: sulla pagina Facebook del Cinedeaf – Festival Internazionale del Cinema Sordo, si terrà online l’evento “Testimonianze Silenziose 2021” con la proiezione del documentario “We were there, we are here” e dibattito.

carmelo. rodolfo mazzamuto

Dal 2016 al 2018 l’Istituto Statale Per Sordi ha raccolto interviste a sordi anziani in 5 regioni italiane grazie alla collaborazione di diversi intervistatori sordi e di molti facilitatori.

Questo importante lavoro è stato possibile grazie al progetto realizzato da Università Ca’ Foscari Venezia e Università degli Studi di Milano-Bicocca che, insieme a partner di altri Paesi europei, hanno promosso il progetto di #ricerca The Sign-Hub project “Conservazione, ricerca e promozione dell’eredità linguistica, storica e culturale delle comunità europee di sordi segnanti”.

Saranno garantiti servizio di interpretariato #LIS per il dibattito e #sottotitoli in italiano per il documentario.

Vogliamo lasciarvi con una bellissima interpretazione in LIS di “Se questo è un uomo”, di Primo Levi ad opera di Davide Falco e Graziana De Mola. Intensa ed emozionante, da guardare tutta d’un fiato.

“L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria.” Primo Levi

 

carmelo. rodolfo mazzamuto

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