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Intervista a Martina Gerosa: “Ho imparato la bellezza della diversità guardando i prati in fiore sui miei amati monti”

da | Mag 4, 2020 | Storie | 1 commento

Martina Gerosa è una bella sciura milanese con padre italiano e madre tedesca e racchiude in sé il fascino italico e teutonico anche nella pronuncia delle parole, che le donano un accento quasi esotico.
Ci diamo appuntamento in videochiamata su Skype dove prontamente attiva i sottotitoli in diretta che, seppur non troppo precisi, la supportano sia nella comprensione del mio labiale (che talvolta viene reso misterioso da una connessione internet ballerina), sia nell’ascolto della mia voce attraverso le protesi acustiche che indossa.
Cominciamo al grido di “sono tutta orecchi e occhi” e ci ripromettiamo di essere sintetiche nella nostra chiacchierata, ma è così bello e piacevole raccontarci, che alla fine trascorrono due ore senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Sorda dalla nascita, così dicono, anche se probabilmente sorda lo sono diventata poco dopo la nascita. Sono infatti nata con largo anticipo e perciò ho trascorso un paio di mesi nell’incubatrice dove, a causa di un ittero patologico e problemi alle vie respiratorie, mi è stata somministrata una cura che mi ha sì salvato la vita, come ci tengono a sottolineare sempre i miei genitori, che però mi ha reso sorda. I danni neurologici subìti, hanno portato ad una sordità neurosensoriale bilaterale di grado grave-profondo, perciò senza gli apparecchi vivo nel completo silenzio.

Conosciamo meglio Martina

Quando ti è stata diagnosticata la sordità?

Avevo circa tre anni e mezzo quando la mia bisnonna si è insospettita, “La Martina l’è surda”, disse in dialetto milanese ai miei genitori. I rumori mi lasciavano indifferente, i suoni assordanti totalmente serafica, e laddove ogni bambino sarebbe sobbalzato dalla culla io stavo tranquilla nel mondo dei sogni e non mi muovevo di un centimetro. Inoltre a quell’età ancora non parlavo, ma questo mio ritardo era stato ritenuto normale e imputato al fatto che stessi crescendo in un contesto bilingue con madre tedesca e papà italiano, in cui ognuno comunicava con la sua lingua madre. La pediatra continuava a ripetere “non preoccupatevi, Martina parlerà, datele tempo”. Già, parlerà… in realtà io non parlavo perché non sentivo un accidente e quindi non ero capace di riprodurre suoni e parole!
Erano i primi anni ’70, a Milano era stata istituita la prima cattedra di Audiologia e gli ausili acustici erano già diffusi da un ventennio. Mi fecero dei test audiometrici e, una volta confermata la mia sordità, mi misero subito gli apparecchi acustici retroauricolari. Mi seguirono in ospedale fino agli otto anni d’età, e due volte alla settimana mi recavo lì per la riabilitazione logopedica. Una logopedia durata molto poco rispetto alla media odierna e anche molto diversa, in quanto richiedeva una forte collaborazione da parte della famiglia, che anche a casa ogni giorno mi faceva ripetere gli esercizi concordati.

Martina Gerosa: la logopedia come gioco

Adoravo andare a fare logopedia! Per me non era non soltanto un divertimento, perché avevo i libri e i cartoncini colorati con le figure e le parole che ascoltavo e ripetevo, ma era anche un momento di intimità con la mia mamma. La logopedia era un gioco che mi permetteva di avere la mia mamma tutta per me, poiché nel frattempo ero diventata sorella maggiore di due fratelli gemelli. Ancora conservo gelosamente la cartella che avevo scelto da bambina per conservare gli speciali cartoncini creati a mano dai miei genitori, in cui ciascuna immagine e parola (in italiano) evocava la mia vita. Nella cartella ci sono anche i quaderni degli esercizi e i libri della mia infanzia, quelli di sole illustrazioni e quelli con immagini e testo, come Il piccolo principe e Pippi Calzelunghe. Tutto questo mi ha permesso di arricchire tantissimo il mio vocabolario e mi ha fatta appassionare ai libri, dato che ci sono cresciuta in mezzo. Se non avessi avuto i libri non avrei potuto sviluppare il mio linguaggio, perché stando in mezzo alle persone quello che arrivava alle mie orecchie era sempre incompleto. La parola scritta è sempre stata fondamentale per apprendere le parole e memorizzarle, e ancora oggi se non conosco una parola chiedo chi mi venga scritta.

 

Ho fatto poca logopedia perché le logopediste dicevano che avrei imparato da sola andando a scuola e stando con gli altri. e non ho mai fatto musicoterapia. Per tanti anni la musica è stata per me un tabù e le persone erano solite dirmi “tu la musica non la capirai mai”, ma con gli anni ho scoperto che le persone sorde la musica la possono percepire, anche se in un modo diverso. Io la sento con le vibrazioni del corpo e col tatto, ne sento l’energia sulla pelle.

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Com’è stata la tua infanzia?

Sono cresciuta in mezzo agli udenti, tutta la mia famiglia era udente e non avevo amici sordi. Percepivo la mia diversità solo come una fra tante, quindi sostanzialmente non la percepivo proprio. Nella mia famiglia è sempre stato importante sottolineare che ognuno di noi poteva avere dei limiti e delle difficoltà: mio fratello fin da piccolo ha dovuto convivere con una malattia, una mia zia aveva dei problemi di salute molto importanti, avevo dei compagni di scuola con delle storie difficili e mio papà me le raccontava. Il mio problema era quindi uno dei tanti possibili “è vero, io non sento tanto bene, ma quella mia compagna ha un altro problema”.

A che età hai pronunciato la tua prima parola?

Avevo circa 3 anni e ancor prima di mettere gli apparecchi sono riuscita a pronunciare la parola Löwe, che in tedesco significa leone. Devo averla imparata stando in braccio a mia mamma, perché ne percepivo le vibrazioni e anche perché è una parola con un suono grave, e il mio residuo uditivo è proprio sulle frequenze gravi.

Quanto ti ci è voluto per imparare a parlare?

Ho cominciato a quattro-cinque anni, poco tempo dopo aver messo le protesi, e prima di andare alla scuola elementare sapevo già leggere. Infatti,
secondo il modello della logopedia francese che allora era in via sperimentale, si sosteneva che avendo un deficit fosse meglio prendersi qualche vantaggio per non restare poi indietro una volta messa accanto ai miei coetanei. Ma se ci penso bene, a “parlare” in mezzo alle persone e in ogni contesto, ho imparato dopo i 18 anni, all’ultimo anno di liceo. Fino ad allora ero apparentemente molto timida e stavo molto sulle mie, chiusa nella mia intensa vita interiore che scrivevo sulle pagine del mio diario e nelle lettere che inviavo ai miei amici di penna. Se ho cominciato a parlare in pubblico lo devo al mio amico Marco, che durante un convegno mi ha spinta a dire davanti a tutti le opinioni che avevo espresso in un gruppetto ristretto. “Adesso parli tu” mi disse, e io “Nooooo”! Eppure l’ho fatto, il pubblico ha applaudito e da quel giorno non ho più avuto paura di esprimermi davanti a tutti.

Che studi hai fatto?

Ho frequentato il liceo scientifico, anche se avrei voluto scegliere il liceo artistico, che però nel periodo post-contestazione sessantottina non era visto molto bene. All’università ho scelto la facoltà di architettura perché per comunicare c’era da disegnare e da scrivere, quindi ciò che ho sempre amato fare.

Come hai vissuto la tua sordità a scuola?

Ho frequentato la scuola con gli udenti e ho fatto molta fatica perché c’era la dimensione del gruppo, soprattutto alle scuole medie e alle superiori. Non ho mai avuto un insegnate di sostegno, non c’erano nemmeno, ma alla scuola materna e alle elementari ho potuto contare sulla mia amica del cuore Maria Laura, con cui ancora oggi ho un bellissimo rapporto; lei era sempre accanto a me e mi traduceva tutto, mi aiutava quando non capivo e faceva da ponte tra me e gli altri. L’idea di affiancarmela Maria Laura, una bambina timida e un po’ paurosa, era stata della maestra che ci aveva visto giusto. La mia amica si sentiva importante e utile, quindi ne ha tratto giovamento anche a lei e la sua sicurezza è aumentata. Fin dall’asilo comunicavamo tra noi coi disegni, tant’è che lei si è addirittura diplomata all’accademia d’arte e adesso ha un bellissimo laboratorio creativo dove ospita anche bambini con disabilità. I miei voti erano sufficienti anche se non altissimi, ma a me andava bene così. Alle scuole medie ho faticato un po’ come tutti, ma i professori erano ancora molto umani e amichevoli. Certo, non potevo più contare su Maria Laura, ma c’erano le mie amiche del quartiere con cui avevo costituito “la banda dei gialli”, perché ci incontravamo in una cantina dove avevamo portato tutti i nostri libri gialli, e ognuna di noi impersonava un personaggio di questi libri su cui ci inventavamo delle storie. Il disastro c’è stato alle superiori, dove ho incontrato alcuni professori severi e un po’ cinici che mi trattavano esattamente come tutti gli altri. E’ stato pesante, ma da un certo di vista forse anche un bene, perché in quel momento mi sono accorta che alcuni compagni mi prendevano in giro. Ridevano di me alle mie spalle oppure scrivevano delle cattiverie sui muri e sui registri. Vuoi per via di compagni un po’ cattivelli in questa fase dell’età critica, vuoi per le difficoltà e per alcuni professori carogne e soprattutto perché mia madre aveva iniziato ad avere problemi di salute, ricordo questo periodo come il periodo più buio della mia vita. Mi sentivo molto sola e debole di fronte al mondo, e non avevo ancora accettato la mia sordità, non mi piaceva parlarne né mostrare i miei apparecchi che mi rendevano diversa, così come gli altri avevano iniziato a notate e a farmi notare. Da vera montanara e amante della natura cercavo però di tenere duro, considerando questo periodo come la fatica necessaria per raggiungere la cima di una montagna e una stagione fredda e piovosa. Sapevo che sarebbero tornati i fiori, il sole, la bellezza, e per questo dovevo resistere: questo scrivevo nelle mie lettere, nel mio diario, questa era la mia segreta vita interiore. Stare in gruppo era difficile, per cui stavo sola e senza amici. Questo malessere era sia sintomo della naturale fase di crescita, ma anche della mia sordità. Tuttavia, anche quando i genitori dei ragazzi sordi mi interpellano, li metto sempre in guardia invitandoli a comprendere l’origine del malessere dei loro figli, perché è sempre bene distinguere se si tratti della sordità o di qualcos’altro. Recentemente ho riallacciato alcuni rapporti con gli ex compagni delle superiori ed essi stessi, abbastando lo sguardo, hanno riconosciuto che effettivamente non mi avevano trattata troppo bene…

All’università mi sentivo talmente sicura di me che non avevo paura di chiedere aiuto e all’inizio di ogni nuovo corso mi sedevo in prima fila per leggere il labiale del docente a cui subito mi presentavo spiegando il mio problema e le mie esigenze, come non darmi le spalle mentre scriveva alla lavagna, ma scrivere e poi girarsi, per esempio. Quindi ero io che cercavo di spiegare agli altri in che modo dovevano comunicare con me, perché non bisogna aspettarsi che le persone sappiano in partenza come devono comportarsi, ma devi dirglielo tu. Bisognerà dirlo sempre, perché non basta semplicemente dire che sei sordo, ma ognuno deve dire “io funziono così”. Ricordo che ad un convegno mi misero in prima fila con un interprete LIS, solo che io non conosco la LIS!

L’università

Gli anni dell’università sono stati bellissimi, ho trovato dei compagni che poi sono diventati degli straordinari colleghi di lavoro, e sono riuscita ad esprimere me stessa nei miei studi di architettura con specializzazione in urbanistica e un grande amore per le scienze sociali e l’antropologia. Ho sempre amato tutto ciò che riguardasse la conoscenza degli altri, perché ho sempre visto la città come la città degli uomini, perciò anche nei miei primi lavori mi sono occupata di temi relativi a come gli abitanti vivono nella città.

La passione per le parole e per i libri

Tu sei sempre molto impegnata e coinvolta in tanti progetti, ma so che adesso stai partecipando ad un progetto molto speciale “Qui #Parole buone”. Ce lo racconti?

Sono affezionata molto alle parole e alla comunicazione con le persone attraverso la condivisione dei pensieri, quindi forse è anche un po’ per questo che ho accettato la richiesta di rendere fruibili le “Parole buone”. Per una come me, cresciuta tra libri e dizionari, le parole sono estremamente invitanti: laddove ci sono le parole io mi ci butto! Qui #Parole buone è nato proprio in questo periodo difficile di pandemia, dall’intuizione dello psichiatra e scrittore Sergio Astori, membro benemerito del Pio Istituto Sordi di Milano come me (Martina) e te (Alessandra), vede il coinvolgimento di diversi professionisti e ha l’obiettivo di offrire pillole di resilienza, parole di conforto a tutti; lo fa seguendo le varie modalità e necessità comunicative di ciascuno di noi ed è quindi adatto alle persone con e senza disabilità. Le risposte che si stanno ricevendo sono davvero incredibili.

 

La voglia di comunicare con tutti, senza barriere.

Martina è oralista, non conosce la lingua dei segni ma è davvero attrezzatissima per interagire con tutte le persone sorde di cui rispetta ogni forma di comunicazione scelta, ma anche con quelle udenti. Voglio poter comunicare con tutti senza barriere, per questo nel mio telefonino ho creato la cartella “Accessibilità” con le App che possono aiutarmi in questo: c’è l’app con il dizionario delle lingue dei segni e quella con il video-interpretariato online per poter comunicare con i sordi segnanti, ci sono poi quelle per la traduzione istantanea della lingua parlata che mi permettono di leggere sul mio display ciò che viene detto a voce dal mio interlocutore, quelle che mi permettono di telefonare, fare delle videochiamate, richiedere aiuto, chiamare un taxi etc.

Perché i tuoi genitori hanno scelto per te il metodo oralista?

Sostanzialmente perché erano anni in cui si considerava il percorso con la Lingua dei Segni la soluzione da adottare con le persone che non avevano possibilità di esprimersi in un’altra maniera, una sorta di ruota di scorta. I miei genitori erano a conoscenza di queste opinioni e anche dell’esistenza a Milano di una scuola speciale per sordi in Viale Zara, tuttavia scelsero di inserirmi in una classe sperimentale con i bambini udenti, poco prima dell’entrata in vigore della Legge 517/77 (legge che ha modificato l’assetto organizzativo della scuola italiano abolendo le classi speciali e inserendo nelle classi comuni gli alunni con disabilità). Perciò la mia famiglia sapeva dell’esistenza di un’altra strada, ma la consideravano l’ultima spiaggia da adottare qualora io non avessi parlato o non fossi stata in grado di essere al pari degli altri e crescere serena. Inoltre, nemmeno l’ambito logopedico non approvava la commistione tra lingua parlata e lingua dei segni e, un po’ come spesso accade anche oggi, alle famiglie viene chiesto di scegliere se stare o di qua o di là.

Ma non ti è mai venuta la voglia o la curiosità di imparare la lingua dei segni?

Mi sembra troppo difficile e mi rendo conto che per impararla dovrei cambiare la costruzione del mio pensiero, come per ogni nuova lingua, il che mentalmente sarebbe per me davvero impegnativo e faticoso.

Il Coronavirus sta avendo delle ripercussioni nel tuo quotidiano?

Quando in questo periodo esco di casa, vedere che tutti sono mascherati mi getta un po’ nello sconforto. E’ vero che alcuni stanno realizzando delle mascherine trasparenti che permettono di leggere il labiale e non creare così delle ulteriori barriere comunicative, ma dovrebbero usarle tutti, soprattutto gli interlocutori delle persone sorde e di quelle con deficit cognitivi. L’attenzione che queste mascherine trasparenti hanno attirato a sé è certamente positiva, perché anche chi non ci aveva mai fatto caso prima, ha cominciato a capire innanzitutto che le persone sorde ci sono, che solitamente sono tagliate fuori dalla comunicazione e che in questo periodo lo sono ancora di più. Ma ad essere sinceri il risvolto positivo della questione non è esclusivamente a vantaggio delle persone sorde, ma è ben più inclusivo di ciò che si pensi, perché chiunque ha oggi compreso che la comunicazione col volto mascherato compromette la comunicazione stessa. Abbiamo tutti bisogno di vedere un sorriso, l’espressione del viso e degli occhi, tutti abbiamo bisogno di una meravigliosa reciprocità. In questo periodo viene proprio da chiedersi come cambieranno le nostre relazioni e come affronteremo queste nuove barriere. Penso per esempio ad alcuni miei amici che oltre al deficit uditivo hanno anche quello della vista: per loro il contatto, il poter toccare, è fondamentale, e questo periodo li sta costringendo a destreggiarsi tra mille difficoltà in più. Se io persona sorda vado in un negozio e faccio presente al commesso che non sto capendo e che non sento ciò che mi sta dicendo attraverso la mascherina, lui può scrivermelo su un foglio e io lo posso leggere, così come posso vedere e leggere in autonomia le informazioni sui cartelli… ma come fanno quelli che, oltre a non sentire, nemmeno ci vedono?

La saggezza vien dalla montagna

“Ho imparato la bellezza della diversità guardando i prati in fiore sui miei amati monti”
Martina Gerosa